venerdì 14 ottobre 2011

Pericolo emergente

Dal Mondo del 14 ottobre 2011, N°37, pag. 32-3

Per ogni 1000 abitanti, gli Stati Uniti contano 451 automobili. La Cina soltanto 27. Stretto tra le nebbie della crisi debitoria in Europa e i timori di una nuova recessione a stelle e strisce, qualche investitore cerca una via di uscita nei Paesi emergenti, sedotto dall'idea che, se il breve termine rimane incerto per tutti i mercati, alcune piazze esotiche offrano qualche certezza in più sulle prospettive di lungo termine, supportate da mega-trend di crescita strutturale: sviluppo dei consumi interni, urbanizzazione, infrastrutture. In definitiva, l'immagine dell'impressionante divario nella diffusione di automobili tra le due maggiori economie mondiali, per citare solo un esempio, suggerisce proprio questo. In momenti di forte stress, però, i Paesi emergenti tendono ad essere penalizzanti rispetto alle azioni globali, soprattutto nella fase iniziale di un trend ribassista.

Così è stato anche durante l'ultimo travaglio di Borsa: in tre mesi, mentre l'MSCI World ha ceduto 8,5 punti percentuali, il benchmark azionario dei mercati emergenti ha raddoppiato le perdite: -15,3%. Tutta colpa del panic selling, secondo Bin Shi, gestore del fondo UBS (Lux) Equity Fund Greater China: “Il flight to quality è guidato dalla paura e non dai fondamentali: ho visto i titoli di alcune società di buona qualità perdere il 10 o 15% in un solo giorno”. Ora, secondo gli esperti, le valutazioni appaiono interessanti. Ma gli emerging markets rimangono disseminati di insidie. E potrebbe essere ancora troppo presto per salire sul carro dei (presunti) vincitori. [...]

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