venerdì 28 febbraio 2014

Strategie - Rientro capitali esteri: prove tecniche di accoglienza

Da CorrierEconomia del 24 febbraio 2014, pag. 28

Le Private bank italiane non vogliono cedere il passo. Nei primi 9 mesi dell'anno, le masse gestite hanno superato i 451 miliardi di euro, in leggero progresso rispetto al saldo di dicembre 2012 (438 miliardi). Merito di una raccolta netta sostanzialmente stabile, più 0,9% e di un marginale effetto mercato pari al 2%. Difficile fare di meglio sotto i colpi della lunga recessione appena archiviata. Ma per le strutture bancarie dedicate ai clienti di fascia alta si sta per aprire una ghiotta opportunità: mettere le mani sui capitali regolarizzati per effetto del dl n°4 del 2014, che disciplina la cosiddetta voluntary disclosure e deve essere convertito in legge entro fine marzo.

Numeri Si tratta della procedura che consentirà ai contribuenti di regolarizzare tramite un meccanismo di auto-denuncia, i capitali non dichiarati detenuti all'estero. Sul piatto c'è un bottino potenziale di 150 e i 200 miliardi di euro. Difficile, però, definire con esattezza i numeri dell'operazione. Soprattutto perché, a differenza del precedente scudo fiscale, le condizioni per la sanatoria sono molto più onerose: non c'è anonimato, le imposte dovute dovranno essere pagate per intero ed è previsto soltanto uno sconto sulle sanzioni amministative per l'omessa o errata compilazione del quadro RW, ridotte alla metà del minimo (se il contribuente decide di rimpatriare i capitali o mantenerli in Paesi “white list”, che consentono lo scambio di informazioni con l'Italia, altrimenti il bonus è ridotto a un quarto del minimo di legge). Senza dimenticare i rilievi di natura penale. La normativa, infatti, esclude la punibilità per infedele e omessa dichiarazione e prevede una riduzione di pena fino alla metà per dichiarazione fraudolente (mediante fatture false) ma non contempla alcun salvacondotto per altri eventuali reati di natura tributaria o connessi all'evasione. Vale la pena ricordare, inoltre, che la voluntary disclosure sarà attivabile a condizione che non sia già partito l'accertamento da parte dell'Agenzia, dovrà riguardare la totalità dei capitali detenuti all'estero e garantire la piena collaborazione da parte del contribuente.

Ragionamenti A chi conviene “Il costo oscillaerà a seconda del periodo in cui sono state costituite le attività all'estero”, spiega Francesco Fanti, responsabile area Private banca di Mps [...]

Consulenza - Tariffe "tutto compreso"
Cosa c'è nei menu dei banker

Da CorrierEconomia del 24 febbraio 2014, pag. 32

La consulenza si paga sempre. Anche quando i costi del servizio sono “nascosti” tra le pieghe delle commissioni di gestione di un prodotto, pronti a essere retrocessi ai canali distributivi che l'hanno collocato. Tra le strutture di private banking, però, sta prendendo piede un modello alternativo di consulenza: il servizio di advisory viene remunerato a parcella, in modo esplicito, attraverso una tariffa “flat” che comprende anche i costi di transazione ed esecuzione degli ordini. Un fenomeno in crescita, se è vero che, dice l'Aipb, il peso della consulenza a pagamento sui margini delle strutture di private banking è raddoppiato tra il 2009 e il 2012, passando da un minuscolo 2% ad un 4,1%, ancora marginale ma destinato, pare, a un forte sviluppo, in vista della direttiva Mifid II.

Esempi A parcella funziona, ad esempio, il servizio Advice di Fineco, lanciato nel 2008 e dedicato a patrimoni superiori a 250 mila euro: il cliente sceglie tra otto portafogli modello costruiti attingendo a una piattaforma multi-asset (fondi, etf, obbligazioni, pct ecc.) e riconducibili a tre macro obiettivi di rischio-rendimento: conservazione, stabilità e rivalutazione del capitale, con commissioni massime rispettivamente dello 0,55%, 1,6% e 2,2%. “6.000 clienti hanno già scelto questo servizio. Parliamo di masse gestite per 1,8 miliardi di euro, il 12% del patrimonio riferibile alla clientela private”, spiega Carlo Giausa, direttore servizi d'investimento e wealth management di Fineco. Il restante 88% preferisce invece optare per il servizio tradizionale gratuito, meno sofisticato in termini di diagnosi del portafoglio, monitoraggio e reportistica e costruito prevalentemente su prodotti del risparmio gestito. I clienti private italiani, del resto, sono abituati a ricevere il supporto gratuito del proprio banker, senza mai interrogarsi con troppa pervicacia, però, sulla qualità dei consigli che riceve. Il sistema della “flat fee” è quello utilizzato anche da [...]

In pista per consulenze formato 2.0

Da CorrierEconomia del 24 febbraio 2014, pag. 32

Non è ancora l'addio ai palazzi austeri e lucidi che ospitano gli uffici dei banker. E forse quel momento non arriverà mai. Ma anche le private bank italiane devono cambiare. Entrare in modalità 2.0, per incontrare una clientela sempre più avvezza all'uso delle nuove tecnologie. Secondo un'indagine dell'Aipb, l'associazione di categoria, oggi il 91% dei clienti private usa il personal computer e di questo l'87% per svolgere attività che ruotano attorno alla finanza. Su 100 intervistati, 59 hanno uno smartphone, 39 un tablet e circa i due terzi di coloro che utilizzano un dispositivo mobile se ne serve per accedere a servizi finanziari di vario genere. Ciò non significa che il canale “fisico” stia diventando marginale. In media, infatti, i clienti hanno un contatto diretto con il proprio referente 14 volte l'anno e nell' 84% dei casi lo incontrano presso gli uffici della banca, solo saltuariamente in ufficio (17%) e al proprio domicilio (10%). Sempre più spesso, tuttavia, il tecno-cliente cerca di sviluppare la relazione con il banker attraverso un mix di strumenti e occasioni differenti. Come rispondono le private bank italiane al crescente bisogno di high tech? La maggior parte degli operatori dispone ancora di piattaforme basilari per l'internet banking, con funzioni prevalentemente informative. Dall'indagine dell'Aipb si evince, però, che già oggi 15 operatori hanno arricchito il proprio home banking con servizi di reportistica avanzata per il portafoglio e funzioni dispositive di trading on line tradizionale. Le previsioni indicano che nel 2015 solo due private bank [...]

lunedì 24 febbraio 2014

Le scelte di Bny Mellon

Da Milano Finanza del 22 febbraio 2014, pag. 37

Certe fasi di mercato richiedono scelte radicali. Che non sempre si sposano con la regola aurea della diversificazione. Sappiamo, ad esempio, che i tassi devono normalizzarsi, anche se non è ancora chiaro quando e a che velocità saliranno. Sappiamo che questo accadrà prima [...] Leggi tutto

martedì 18 febbraio 2014

Fondi alternativi
Dopo i record gestori alla prova di tenuta

Da CorrierEconomia del 17 febbraio 2014, pag.26

I fondi alternativi ripartono da un anno record. Il 2013, infatti, si è chiuso a livello globale con un patrimonio complessivo stimato in 109 miliardi di euro per i fondi Ucits single manager, in crescita del 37% su base annua. Stabili, invece i fondi di fondi Ucits alternativi, saliti da 2,7 a 2,9 miliardi. I fondi monitorati da MondoAlternative evidenziano, in particolare, una raccolta netta pari a 18,5 miliardi di euro nel 2013: nel dettaglio, la categoria azionaria rappresentata dai fondi Long/short equity (7 miliardi) e dagli Equity market neutral (1,8 miliardi) ha superato di misura i prodotti dedicati al fixed income (8,7 miliardi) e non stupisce che le strategie focalizzate sull'equity abbiano catturato maggiori consensi soprattutto nella seconda parte dell'anno, segnata dai timori per la risalita dei tassi e per gli effetti collaterali del tapering (riduzione dello stimolo monetario) sull'universo obbligazionario. Flussi significativi si sono riversati anche sui fondi Credit long/short (3 miliardi di euro) e i Multistrategy (2,2 miliardi).

Rendimenti Nel complesso, i dati di flusso sembrano trovare riscontro nelle performance. L'indice MA-Eurizon Ucits Alternative Long/Short Equity, infatti, guida la classifica delle strategie più redditizie del 2013, con una performance del 12,5%. Può non sembrare molto, in un anno che ha visto l'S&P 500 fruttare poco meno del 30%. Ma è apprezzabile se si pensa che il principale listino americano è stato 2 volte e mezza più volatile. Contrariamente al pregiudizio negativo che le ritiene sottoposte a forti fibrillazioni, tutte le strategie alternative hanno mantenuto nel 2013 livelli di volatilità contenuti: compresi tra lo 0,87% dei fondi market neutral (attraverso un bilanciamento di posizioni lunghe e corte, neutralizzano il rischio mercato, valorizzando la scelta dei migliori titoli) e il 5,6% dell'indice MA-Eurizon Ucits Alternative Managed Futures.

Sulla carta, le categorie azionarie potrebbero sovraperformare anche nel 2014. Ma dopo il rally dello scorso anno, sono aumentate le probabilità di movimenti laterali o possibili correzioni. E anche per i fondi alternativi la situazione si complica. Matteo Santoro, responsabile della sede newyorkese di Kairos Partners è convinto che a fronte [...] Leggi tutto

Hedge fund & Crisi
Il mondo non si è fermato. Così l'Italia prova a ripartire

Da CorrierEconomia del 17 febbraio 2014, pag. 24-5

Fondi hedge alla riscossa. Dopo i crolli del 2008 e 2009, negli ultimi anni le masse gestite a livello globale hanno continuano a crescere, con una significativa accelerazione nel 2013: merito di una generosa raccolta netta, pari a 63,7 miliardi di dollari, unita a buone performance (9,2%, miglior risultato dal 2010), capaci di spingere il patrimonio complessivo a quota 2.628 miliardi di dollari.

Globali Meno brillanti, invece, secondo i dati diffusi da Hedge Fund Research, i numeri sui fondi di fondi hedge: rendimenti positivi hanno permesso di compensare deflussi netti per 20 miliardi, alimentando una modesta crescita degli asset a 663 miliardi, più 4% rispetto a dicembre 2012. Secondo una recente ricerca pubblicata da Barclays, in ogni caso, le prospettive dell'industria restano incoraggianti per il 2014: dopo aver interpellato un nutrito gruppo di investitori istituzionali, riconducibili a masse gestite di oltre 490 miliardi, gli analisti della banca inglese stimano per gli hedge fund una raccolta tra i 60 e 100 miliardi di dollari, a livello globale, in corso d'anno.

Da noi Intanto anche dall'industria italiana, che è composta per la maggior parte da fondi di fondi, e che ha sentito particolarmente la crisi, s'intravede qualche segnale di ripresa. Nel complesso, il 2013 ha visto una contrazione degli asset degli hedge fund italiani a 4,4 miliardi di euro, ma i deflussi sono molto più contenuti rispetto a quelli registrati negli anni passati. Non solo. A partire dal terzo trimestre, per la prima volta dal 2007, l'emorragia si è arrestata, facendo registrare flussi positivi sebbene modesti: +27,7 milioni di euro tra luglio e settembre e +5,5 milioni di euro tra ottobre e dicembre. "Questa inversione di trend coincide con un ritorno a brillanti performance da parte dei fondi di fondi hedge italiani. Il cui rendimento, se si escludono alcune eccezioni, si era invece appannato dopo il 2008", spiega Stefano Gaspari, amministratore delegato di MondoHedge. I prodotti [...] Leggi tutto

lunedì 17 febbraio 2014

Un ritorno emergente

Da Milano Finanza del 15 febbraio 2014, pag. 37

Entro settembre o ottobre la Federal Reserve chiuderà del tutto i rubinetti del quantitative easing (allentamento quantitativo). «La riduzione dello stimolo monetario proseguirà a passo costante». Jim Caron e Richard Ford, managing director dei fixed income team, [...] Leggi tutto

Spostarsi in periferia

Da Milano Finanza del 15 febbraio 2014, pag. 38

L'ammontare di nuova liquidità immessa sul mercato non equivale all'adozione di una politica monetaria restrittiva. Gli operatori lo vanno ripetendo anche dopo l'annuncio del nuovo taglio da 10 miliardi di dollari al programma di allentamento monetario della Federal Reserve. [...] Leggi tutto

martedì 11 febbraio 2014

Mercati, Europa e Stati Uniti
portafogli a due velocità

Da CorrierEconomia del 10 febbraio 2014

Nuovi timori di deflazione in Europa. Vecchi presagi di una spirale inflattiva in avvicinamento negli Usa. E investitori sempre più disorientati dal balletto dei banchieri centrali: da una parte il presidente della Bce, Mario Draghi, pronto a nuove misure espansive non convenzionali: «Non vediamo deflazione — ha detto intervenendo al World Economic Forum di Davos — ma in caso contrario risponderemo utilizzato tutti gli strumenti disponibili». Dall’altra la Federal Reserve della neopresidente Janet Yellen, che molti osservatori ritengono decisa a proseguire con la riduzione dello stimolo monetario. Perché il bilancio tra costi e benefici della terapia d’urto a base di allentamento monetario è troppo squilibrato, ormai, a favore dei primi. E il dosaggio deve essere ridotto gradualmente, prima che le avvisaglie di un ritorno dell’inflazione costringano la Fed a stringere più bruscamente le briglie della politica monetaria. Uno scenario biforcuto, quindi, che rende necessarie strategie differenti sulle due sponde dell’Atlantico.

Intanto, a gennaio l’inflazione dell’Eurozona è scesa allo 0,7% dallo 0,8% di dicembre. L’Italia, certifica l’Istat, è allo 0,7%. La Spagna a quota 0,2%. Per Christine Lagarde, direttore generale dell’Fmi, la probabilità che l’Eurozona, insieme a Grecia e Portogallo, affondi nella deflazione sono del 15-20%. Un’ipotesi non trascurabile. Alla quale gli investitori dovrebbero rispondere, spiegano gli analisti, privilegiando titoli obbligazionari di qualità molto elevata, senza timore di allungare le scadenze. E, sulla carta, alleggerendo le posizioni sulle emissioni dei Paesi periferici, destinate a soffrire in quello scenario, perché una crescita negativa dei prezzi complicherebbe la gestione di debiti troppo elevati, rendendoli meno sostenibili. «È più probabile, tuttavia, uno scenario di stabilizzazione della dinamica dei prezzi su livelli positivi, sebbene contenuti. Nel frattempo [...] Leggi tutto

martedì 4 febbraio 2014

Perché il +200% di Wall Street non sembra quello della Bolla

Da Corriere.it, 4 febbraio 2014

Ora il Toro di Wall Street scende, insieme a tutti i mercati del mondo, con una correzione innescata dalle turbolenze dei Paesi Emergenti. Ma dai minimi del marzo 2009 al 31 dicembre 2013 le azioni americane rappresentate nell’indice S&P 500 sono cresciute del 203%, mettendo a segno una performance di 26 punti percentuali nel solo 2013. Quanto basta per chiedersi se una delle fasi rialziste più travolgenti dalla seconda guerra mondiale in avanti, quarta per intensità di slancio dopo i rally iniziati nel 1987, 1947 e 1982, possa aver assunto i connotati di una vera e propria bolla speculativa. Gonfiata dall’eccezionale stimolo monetario impresso dalle banche centrali, Federal Reserve in primis, per ridare fiato all’economia mondiale. E, temono in molti allarmati dalle vicende degli ultimi giorni, pronta ad esplodere quando la liquidità verrà drenata con più convinzione dal sistema finanziario, verso una normalizzazione della politica monetaria.

Valutazioni
I parametri comunemente utilizzati per valutare se i prezzi di un determinato asset appaiono troppo cari o esprimono correttamente i fondamentali, non offrono una risposta univoca a questo interrogativo. Se, per esempio, si considera il rapporto prezzo/utili [...]. Leggi tutto