giovedì 20 marzo 2014

«Se il Fisco cogliesse l’occasione di premiare la pazienza»

Da CorrierEconomia del 17 marzo 2014, pag. 21

Chiamarla rimodulazione è eccessivo. Così com’è stato annunciato dal capo del governo, Matteo Renzi, il provvedimento che dal primo maggio dovrebbe modifica la tassazione sulle rendite finanziarie appare un semplice aumento dell’aliquota, dal 20 al 26%. «Ci auguriamo che non sia così», auspica Fabio Galli, direttore generale di Assogestioni, l’associazione italiana del risparmio gestito.  Se è vero che i Btp e gli altri titoli di Stato ottengono ancora una volta un trattamento di favore, mantenendo una tassazione al 12,5%, l’intervento del governo colpisce tutti i risparmiatori che investono in altri strumenti finanziari: azioni, obbligazioni societarie, fondi comuni d’investimento, polizze unit e index linked e, indirettamente, anche le gestioni separate (eccetto per la componente investita in titoli di Stato). Anche i conti correnti e i conti di deposito dovrebbero essere nel gruppo dell’aliquota al 26%, anche se nei giorni scorsi sono circolate voci che affermavano il contrario.

Paragoni
Va detto che l’aliquota al 26% avvicina l’Italia alla media degli altri Paesi Europei: si calcola un peso medio della tassazione sulle rendite attorno al 25% nel Vecchio Continente, con punte molto più elevate per alcuni Paesi, come la Francia, dove, però, l’imposta è progressiva, in base al reddito. «Quello che manca nel documento approvato dal consiglio dei Ministri è l’introduzione di forme d’incentivo al risparmio di lungo termine, in vigore altrove da tempo. In Francia, ad esempio, i Pea, Piani di risparmio in azioni, introdotti nel 1992, prevedono una tassazione ridotta in funzione del periodo di detenzione dell’investimento. Lo stesso accade in Inghilterra con gli Individual savings account. Senza un intervento correttivo in questa direzione, l’aumento dell’aliquota rischia di tramutarsi in un puro e semplice disincentivo al risparmio», dicono ancora gli esperti di Assogestioni. Vale la pena ricordare che il primo gennaio i risparmiatori italiani hanno già dovuto fare i conti con l’aumento dell’imposta di bollo sui prodotti finanziari, dall’1,5 al 2 per mille: una misura accompagnata, unica attenuante, alla caduta della soglia minima di 34,20 euro che penalizzava soprattutto i piccoli risparmiatori. Il pericolo che l’ennesimo rincaro delle tasse sulla rendita possa indebolire ulteriormente la propensione al risparmio, già minacciata dalle difficoltà economiche di molte famiglie, è però concreto. «Per questa ragione — spiega il direttore generale Galli — occorre raddrizzare il tiro, tutelando chi rimane investito per un lungo periodo di tempo». Del resto [...] LEGGI TUTTO

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