venerdì 30 maggio 2014

"Poco valore nei titoli di Stato: meglio fare rotta sui bancari"

Da CorrierEconomia del 26 maggio 2014, pag. 22

Nel lontano 1998, ultimo anno di vita della vecchia lira, il rendimento medio dei Bot a 12 mesi battuti all'asta dal Tesoro fu del 4,8%. Oggi i titoli di stato italiani a un anno sono scesi allo 0,67%. In mezzo ci sono state molte oscillazioni, anche violente. La differenza tra i due rendimenti contribuisce, però, a spiegare perché ci sono fondi obbligazionari che in 15 anni sono stati in grado di ottenere rendimenti vicini al 70% anche investendo nei governativi a breve termine del Vecchio Continente. Con i suoi difetti, l'euro è ciò che ha permesso di tenere i rendimenti italiani ancorati alla Germania. “E senza la moneta unica, non so dove sarebbero arrivati i Btp all'apice della crisi, nel 2011”, chiosa Marco Sozzi, gestore obbligazionario di AcomeA Sgr. Il fondo della casa, specializzato nei governativi a breve termine è stato il migliore della categoria dal 1999.

Dopo aver toccato i minimi a quota 2,91%, i rendimenti dei Btp a 10 anni hanno invertito senso di marcia, recuperando 30 punti base. É un segnale di allerta?
Il costo del debito rimane molto basso su tutte le scadenze. Semmai bisogna dire che, a questi livelli, i titoli di Stato italiani non hanno più valore.

Non ci sono eccezioni, su tutta la curva italiana?
Ci piacciono i Btp Italia. I rendimenti reali sono contenuti ma ai prezzi correnti consentono di acquistare quasi gratis una protezione contro il rischio di una futura risalita dell'inflazione.

E tra i governativi degli altri Paesi europei?
Non abbiamo Germania, Francia né Olanda. Sulle scadenze brevi, il premio al rischio del Portogallo non è significativo e neppure la Grecia ci attrae. [...]

Francoforte - Il Toro corre forte in casa

Da CorrierEconomia del 26 maggio 2014, pag. 23
 
Germania locomotiva d'Europa. Anche in Borsa. Rispetto alle quotazioni pre-euro il listino tedesco ha guadagnato 92 punti percentuali. E il vantaggio accumulato in 15 anni sui primi inseguitori è impressionante, superiore al 70% anche nei confronti di altre due grandi capitale economiche del Vecchio Continente e della finanza come Londra e Parigi. Con i cinque titoli del Dax più performanti tutti capaci di moltiplicare il proprio valore borsistico per tre, sei, fino a otto volte, come nel caso della K+S, attiva nel settore dei fertilizzanti. Quanto basta a indurre in molti investitori il sospetto che il listino tedesco sia ormai sopravvalutato. «Dipende dal termine di paragone -, contesta Marc Ploner, product specialist del fondo Allianz German Equity -. Il Dax non è certo a buon mercato come le azioni degli indici dei Paesi periferici dell?Eurozona,ma è meno caro degli Stati Uniti e più o meno in linea con la propria media storica». Eventuali confronti, del resto, rischiano di essere viziati da una difforme composizione degli indici. Quello tedesco, nello specifico, è molto esposto ai settori ciclici: chimica, automobili, beni industriali e titoli tecnologici fanno da soli circa il 63% del paniere. Ci sono poche utility, farmaceutici e consumi di base. E non è un caso che nell'ultimo anno, di pari passo con un rallentamento dei mercati emergenti, Francoforte abbia sottoperformato gli altri panieri dove l?industria è meno rappresentata. «Non è poi così chiaro se l'andamento dei consumi cinesi sia favorevole, nel breve termine. In questo scenario, gli investitori si interrogano, ad esempio, se le case automobilistiche tedesche possano continuare a dare buoni risultati», osserva Richard Webb, managing director e co-gestore del fondo JPMorgan German Equity. Per alcune società, lo stato di salute delle economie in via di sviluppo potrebbe indurre gli analisti a rivedere [...] Leggi tutto

Madrid - Tanta voglia di un'altra corrida

Da CorrierEconomia del 26 maggio 2014, pag. 21
 
Madrid non ha granché da festeggiare dopo quindici anni di valuta unica. Il listino ha guadagnato poco più del 5%. E non stupisce che i titoli più castigati della Piazza spagnola in quest'orizzonte, siano banche o costruttori, falcidiati dalla bolla immobiliare e dalla successiva crisi dei debiti. Nello stesso periodo, comunque, ci sono nomi come Viscofan (packaging) e Obrascon Huarte (ingegneria civile) che hanno triplicato il proprio valore in Borsa. Ma nonostante i 30 punti percentuali recuperati nell'ultimo anno, la Bolsa de Madrid resta ancora indietro rispetto alle maggiori piazze europee, come Germania, Francia e Regno Unito. “La sottoperformance rispetto al Dax è incredibile e non ci sono ragioni per le quali questo distacco debba restare invariato. L'Ibex ha spazio per una prosecuzione del rally”, assicura Carlos Andrés, chief investment officer di March Gestión, convinto che i flussi di ritorno degli investitori fuggiti all'apice della crisi debitoria siano destinati a farsi più copiosi. “Persino in alcuni segmenti del settore immobiliare – spiega – si assiste ad un ritorno di appetito da parte dei mercati”. Intanto l'economia della pensiola iberica guadagna competitività. Anche rispetto all'Italia. “Diversi fattori potrebbero stimolare un ulteriore aumento d’interesse da parte degli investitori: grazie alla riforma del lavoro, ad esempio, il costo medio orario della manodopera spagnola è sceso a due terzi di quello francese”, ricorda Firmino Morgado, gestore del fondo FF Iberia di Fidelity. Senza dimenticare il virtuoso ribilanciamento dell'economia a favore dell'export: quello destinato ai Paesi extra-Ue, in particolare, ha registrato una vera impennata, ma anche il dato complessivo, superiore del 20% ai massimi del 2008, fa ben sperare: “Un dato che segna una tappa fondamentale nel processo di ripristino della fiducia [...]

lunedì 26 maggio 2014

Una carta da giocare

Da Milano Finanza del 24 maggio, pag. 39
 
Un'inflazione estremamente bassa. E alcuni dati deludenti sulla forza della ripresa in Usa e Cina, che potrebbero rallentare la risalita dei tassi negli States, mettendo al riparo anche il Vecchio Continente da un possibile sollevamento delle curve dei rendimenti, per effetto contagio. Secondo [...] Leggi tutto

giovedì 22 maggio 2014

Famiglie - La spesa non è più un tabù

Da CorrierEconomia del 19 maggio 2014, pag. 27

L'emorragia della fiducia si è fermata. Torna un po' di ottimismo sul futuro dell'Italia. Si ricominciano a fare progetti di spesa. Ma le scelte d'investimento restano improntate alla ricerca di sicurezza e protezione. Con possibili effetti indesiderati se si assumono posizioni troppo difensive. Sono alcuni degli spunti emersi dall'ultima rilevazione dell'Osservatorio Anima, un'indagine realizzata da Anima sgr con Gfk su un campione di 1.065 italiani bancarizzati con più di 18 anni.

Euro e prospettive In vista delle imminenti elezioni europee, ad esempio, la posizione degli italiani sull'euro sembra realistica più che ostile: il 52% degli intervistati, infatti, ritiene che la moneta unica presenti sia vantaggi che svantaggi per l'Italia. Resta molto elevata comunque la percentuale di coloro che associano all'euro solo conseguenze negative: in caso di un ipotetico referendum sulla moneta unica, infatti, il 42% dichiara che voterebbe a favore dell'introduzione di una nuova lira (era il 27% a ottobre del 2013). Rispetto a sei mesi fa, raddoppiano però gli ottimisti: 18 intervistati su 100 ritengono che la situazione del Paese sia destinata a migliorare. Ma la notizia è buona solo a metà perché quasi il 40% continua ad aspettarsi un peggioramento dello status quo. Nonostante ciò, si assiste ad una marginale ripresa delle intenzioni d'acquisto: tra ottobre 2013 e il mese di aprile, la percentuale di coloro che dichiarano di avere progetti di spesa a breve termine è salita dal 38 al 43%. Tra chi dichiara di possedere prodotti di risparmio e investimento la propensione ai consumi è aumentata più significativamente, salendo dal 43 al 56% “In entrambi i casi, esiste un effetto stagionale, legato all'approssimarsi delle vacanze”, premette Pierluigi Giverso, direttore marketing di Anima. “Ma il segnale è comunque positivo”. Nel frattempo, aumenta l'interesse [...]

mercoledì 21 maggio 2014

Mercati - Figli e figliastri
della nuova Tobin tax

Da CorrierEconomia del 19 maggio 2014, pag. 36
Per ora è soltanto un involucro vuoto. Da riempire di contenuti sotto il bel fiocco che sa di spot pre-elettorale. Ma l'accordo sulla Tobin tax targata Ue, raggiunto lo scorso 6 maggio con l'obiettivo di armonizzare la tassazione sulle transazioni finanziarie nel Vecchio Continente già fa discutere. Intanto perché riguarderà solo i 10 Paesi che hanno deciso di cooperare su questa materia scivolosa: Austria, Belgio, Estonia, Francia, Germania, Grecia, Italia, Portogallo, Slovacchia e Spagna. La Slovenia si è sfilata all'ultimo momento e gli altri sono rimasti fuori senza indugi, Regno Unito, Lussemburgo e Olanda in testa.

Il bilancio  "La Tobin tax può avere senso solo se viene applicata nella stessa misura in tutti i Paesi del mondo. Altrimenti non fa che creare effetti distorsivi, dirottando i flussi verso altre Piazze”, osserva Antonio Tognoli, vicepresidente di Aiaf, l'associazione italiana degli analisti e consulenti finanziari. Basti pensare a quanto accaduto dopo l'introduzione della Tobin made in Italy a marzo dello scorso anno: secondo l'amministratore delegato di Borsa italiana, Raffaele Jerusalmi, la nuova tassa ha generato una contrazione dei volumi del 15-20% nel 2013. Si stima una perdita di 17 miliardi di euro al mese, oltre 200 miliardi il giro d'affari andato in fumo in un anno. Il dato, oltretutto, è parziale perché la fase due che colpisce i derivati e il trading ad alta velocità è partita lo scorso 1 settembre e per avere un bilancio definitivo bisognerà attendere. “La sensazione, comunque, è che anche il segmento dei derivati sia stato pesantemente colpito”, chiosa Tognoli. Tutto questo per ottenere un gettito di circa 285 milioni di euro, ben al di sotto del miliardo di euro ipotizzato dal governo Monti. “Nel frattempo, da inizio anno, i volumi di scambio registrati sul Dax sono quadruplicati e persino gli scambi sulla Borsa olandese sono raddoppiati”, racconta Gian Paolo Bazzani, ceo di Saxo Bank Italia, citando i numeri della piattaforma italiana. Piazza Affari, invece, continua perdere terreno e competitività. “E la situazione sarebbe stata peggiore se non si fosse registrato un crescente interesse vero i Paesi periferici dell'euro zona da parte degli investitori internazionali”, ricorda Alessandro Forconi, responsabile area finanza di Iwbank.

In attivo. La bozza su cui si ragiona in Europa, intanto, mira a tassare azioni e alcuni derivati; non si sa ancora esattamente quali perché i dettagli dovranno essere definiti entro fine anno. Si parla di [...]

Il barometro di Russell
Più Giappone meno Ue

Da CorrierEconomia del 19 maggio 2014, pag. 26
 
La temperatura sui mercati sale. E la prossima potrebbe essere un'estate calda per gli investitor. Ma non è ancora il momento di uscire dalla Borsa. "Per adesso, conserviamo una preferenza per le azioni a livello globale, rispetto al reddito fisso”, dichiara Thomas Schneider, responsabile per l’Italia di Russell Investments. Una delle maggiori sfide per gli investitori, secondo Schneider, viene dalla combinazione tra valutazioni tipiche di fine ciclo per credito e azioni Usa e dinamiche di metà ciclo nelle economie sviluppate. “Crediamo che il ciclo economico avrà la meglio: gli investitori dovrebbero mantenere la propria esposizione azionaria", conclude lo strategist. Tuttavia, le attuali previsioni di mercato, appena aggiornate dalla casa d'investimento utilizzando un modello <<a tre punte> basato su valutazioni, ciclo di mercato e sentiment, implicano alcuni aggiustamenti e qualche conferma rispetto alle posizioni d'inizio anno.
 
Giappone avanti Tokyo è uno dei mercati meglio posizionati per il 2014, secondo Russell. Gli utili sono stati rivisti al rialzo, nonostante una crescita più bassa rispetto al 2013 dovuta al recente aumento dell'imposta sui consumi. Numerosi indicatori economici hanno raggiunto nuovi massimi, come la crescita della base monetaria e l'inflazione, l'occupazione e i profitti aziendali. E le valutazioni sono ritenute corrette. <<È necessaria, però, una copertura totale sul rischio di cambio>>, avverte Schneider. Gli analisti di Russell ipotizzano una sostanziale stabilità del mercato azionario americano, con un prezzo obiettivo a 1.900 per l'S&P500 a fine anno, lo 0,2% in più rispetto ai valori di metà maggio. L'indice americano [...]

martedì 20 maggio 2014

Shopping oculato

Da Milano Finanza del 17 maggio 2014, pag. 42
 
Tutta colpa del maltempo. Per Grant Bughman, gestore del fondo Ubs Usa growth di Ubs Global asset management, i segnali di rallentamento che hanno intimorito gli investitori nei mesi scorsi sono quasi interamente riconducibili al rigidissimo inverno che ha bloccato l'attività in alcune [...] Leggi tutto

sabato 17 maggio 2014

Professioni - La relazione
è sempre più digitale

Da CorrierEconomia del 12 maggio, pag. 30
 
Molti clienti resteranno affezionati alle vecchie abitudini: l'appuntamento fisso nell'ufficio del banker o la firma da apporre sul documento cartaceo. Ma sono sempre di più i private che sperimentano modalità di relazione 2.0 con il banker. Senza pentirsene: fanno il check-up al portafoglio in video chiamata e condividono via pc o tablet con il proprio consulente l'ultimo report scritto del responsabile investimenti della banca. Secondo un'indagine dell'Aipb, l'associazione di categoria, oltre i due terzi dei private che dispongono di un dispositivo mobile, sia tablet o smartphone, se ne serve per accedere a servizi finanziari. E del resto, anche le piattaforme digitali sviluppate dalle banche private, sono sempre più evolute. A febbraio 2013, per esempio, Banca Cesare Ponti ha lanciato un servizio che consente al cliente di comunicare in videoconferenza con il banker e condividere materiale informativo in tempo reale tramite pc, tablet e smartphone. <<A distanza di oltre un anno, i clienti che lo utilizzano sono circa il 10% del totale>>, spiega Andrea Ragaini, ad di Banca Cesare Ponti. Si tratta di investitori con un'età compresa tra i 40 e i 55 anni, abituati all'uso delle nuove tecnologie. Usano la comunicazione a distanza in modo integrativo [...]

venerdì 16 maggio 2014

Servizi - Qui si investe a cinque stelle

Da CorrierEconomia del 12 maggio 2014, pag. 28
 
Anche nel private banking, c'è la prima classe. Dà accesso a servizi più sofisticati, team di specialisti in materia fiscale o finanza aziendale. Permette interazioni più frequenti con il proprio banker. Ma è riservata ai clienti di fascia più alta rispetto alla classica soglia dei 500 mila euro che identifica la clientela private: si parte da 2,5 milioni, oppure da 5 o 10 milioni, a seconda della segmentazione operata dalle singole banche. Secondo l'Aipb, l'Associazione degli operatori di private banking, sono quasi 200 mila le famiglie con patrimoni superiori a un milione di euro, circa un terzo della clientela private potenziale e dispongono di una ricchezza complessiva di 622 miliardi. Un vasto bacino di Paperoni che non sempre sono intercettati dalle strutture di private banking. E anche quando sulla carta potrebbero ambire al servizio top di gamma, finiscono per disperdere il proprio patrimonio tra più intermediari, rimanendo al di sotto della soglia critica. Modelli In Ersel il limite che dà accesso all?offerta personalizzata è di 2,5 milioni di euro (depositati presso la banca). «L'asset allocation è analoga a quella degli altri clienti gestiti con patrimoni più contenuti, ma la maggiore disponibilità di risorse permette di utilizzare una gamma più vasta di strumenti», spiega Andrea Rotti, direttore investimenti gestioni patrimoniali di Ersel. Obbligazioni societarie, molte delle quali hanno tagli superiori a 100 mila euro, un paniere di fondi più ampio, tra cui alternativi ed hedge, investimenti con derivati. Almeno una volta ogni tre mesi, il cliente, accompagnato dal proprio banker, può incontrare il manager della sua gestione separata. E per i patrimoni molto consistenti c'è il servizio di wealth [...] Leggi tutto

mercoledì 14 maggio 2014

Previdenza - I sette punti per non sbagliare la scelta

Da CorrierEconomia del 12 maggio 2014

La pensione pubblica non sarà sufficiente da sola a garantire un livello di benessere economico paragonabile a quello sperimentato durante la vita lavorativa. Questa è l’unica certezza sul futuro i molti italiani. Per il resto, la discussione sulle alternative disponibili per costruirsi un assegno integrativo suscita dubbi e perplessità. Meglio il Tfr o la rendita di scorta? Meglio la tranquillità della liquidazione ai rischi dei mercati finanziari? Ecco — con la collaborazione di Raffaele Zenti, fondatore e responsabile consulenza di Advise Only — sette punti su quali riflettere per prendere una decisione consapevole.

1. L’assegno dell’Inps non sarà molto consistente, ma lo Stato non lascerà solo chi ha lavorato e contribuito.
Non sarà così. Secondo alcune simulazioni effettuate da Advise Only, tenendo conto delle tasse, un giovane precario di 25 anni con un reddito annuo di 20 mila euro andrà in pensione con un assegno pari a circa il 42% dell’ultimo stipendio. Un libero professionista di 47 anni che oggi guadagna 70 mila euro l’anno, invece, avrà una pensione pari a metà dell’ultimo stipendio. Va ricordato, poi, che per chi ricade nel sistema tutto contributivo non è più prevista alcuna integrazione statale. La pensione che si incasserà sarà quella maturata e nulla in più.

2. Non c’è solo la previdenza per integrare la pensione.

È vero. I dati indicati dimostrano l’assoluta necessità di mettere nei propri piani finanziari il fattore «pensione». L’integrazione della rendita pubblica è un’emergenza assoluta. A cui cercare di dare una risposta con investimenti di lungo periodo. Il vantaggio della previdenza integrativa è che esistono prodotti già pensati per questo scopo. A cui destinare il Tfr, senza perciò vedere intaccato il proprio tenore di vita, e contributi aggiuntivi, anche da parte del datore di lavoro. Purtroppo a livello puramente finanziario non esistono prodotti ad hoc per ottenere una integrazione al reddito o un capitale all’età del pensionamento. E non esistono, come avviene, invece, in altri Paesi neppure agevolazioni fiscali per investimenti di lungo termine. Anzi, il Fisco sta progressivamente alzando la pressione sulle rendite finanziarie.

3. Sono davvero rilevanti i vantaggi fiscali della previdenza integrativa?
I vantaggi fiscali possono essere significativi: i contributi versati, esclusa la quota del Tfr, sono interamente deducibili dal reddito complessivo Irpef fino ad un massimo di 5.164,57 euro. I rendimenti sono tassati all’11%, anziché il 20% previsto per le altre rendite finanziarie (26% dal 1° luglio, 12,5% per i titoli di Stato italiani). È prevista, inoltre, una tassazione agevolata al momento dell’erogazione della pensione integrativa. Complessivamente, per un giovane lavoratore, il vantaggio in termini di rendimento annuo può essere superiore allo 0,5%. E non è poco: immaginando di investire 100 euro al mese per 35 anni a un tasso medio del 5% l’anno, mezzo punto percentuale in più di rendimento si traduce in un capitale aggiuntivo di circa 14 mila euro al termine della vita lavorativa. Il vantaggio scende a 8.100 euro con un rendimento medio del 3% l’anno e supera i 23mila euro nell’ipotesi di una performance annua del 7%.

4. Il contributo del datore di lavoro è davvero importante?
Se il lavoratore dipendente [...] LEGGI TUTTO

martedì 13 maggio 2014

Soldi - puntata del 9 maggio 2014

Tra i temi affrontati negli studi di 7Gold con Cosimo Pastore e Erica del Bianco, le strategie obbligazionarie alternative all'investimento in Btp, il futuro pensionistico dei risparmiatori italiani e i vantaggi (e costi) della previdenza integrativa, il cambio euro-dollaro e le future mosse della Banca Centrale Europea, gli strumenti di consulenza finanziaria disponibili sul web per i piccoli investitori.

Guarda la puntata di Soldi andata in onda venerdì 9 maggio su  7Gold.

Per vedere le puntate di Soldi a cui ho partecipato su 7Gold e Odeon TV:
- Puntata del 9 maggio 2014
- Puntata del 4 aprile 2014
- Puntata del 28 febbraio 2014
- Puntata del 6 dicembre 2013
- Puntata del 25 ottobre 2013

Lo spread scenderà

Da Milano Finanza del 10 maggio 2014, pag. 47

L'inflazione di aprile dirà se i prezzi del Vecchio Continente hanno toccato il fondo o l'Eurozona punta diritto verso la deflazione. Ma lo 0,5% toccato da Eurolandia a marzo inizia a preoccupare seriamente: «Si tratta di una soglia che può rendere tossiche le pressioni [...] Leggi tutto

Quanta fame di rendimento

Da Milano Finanza del 10 maggio 2014, pag. 47

Troppa sete di rendimento può essere pericolosa. Ma in questa fase, la caccia allo spread non sembra conoscere battute d'arresto. Negli ultimi 12 mesi, nonostante la correzione di maggio-giugno 2013, le obbligazioni globali high yield hanno reso oltre 8 punti percentuali e anche da inizio [...] Leggi tutto

venerdì 9 maggio 2014

Fiducia a Btp e Bonos, possono migliorare

Da CorrierEconomia del 5 maggio 2014, pag. 20
 
Meglio essere prudenti. Scott Mather, gestore del Pimco Gis Global bond fund non è tra coloro che minimizzano i rischi di un possibile nuovo smottamento nel reddito fisso. Ma il segmento in pericolo, secondo il money manager, non è quello più esposto alla minaccia di una risalita dei tassi americani. I maggiori rischi per gli obbligazionisti si concentrano, secondo il gestore, tra i bond societari di rating inferiore.

<<La qualità delle nuove emissioni sta peggiorando rapidamente negli Stati Uniti. Basti pensare che l'ammontare delle obbligazioni CCC è persino più elevato rispetto alla situazione pre-crisi del 2007. Molte società sono tornate ad aumentare la leva finanziaria. Il ciclo del credito è vicino alla fine>>. Significa che i default cominceranno presto ad aumentare? <<In genere, arrivati a questa fase del ciclo, passano un paio d'anni prima che si verifichi un'inversione di tendenza. In ogni caso, non vuole dire che il mercato crollerà improvvisamente come nel 2008. Ad un certo punto vedremo gli spread allargarsi. E dato che nessuno può sapere quando accadrà, noi preferiamo sottopesare la componente high yield, sia americana che europea. Non dimentichiamo quanto è successo di recente con il debito dei Paesi emergenti>> [...]

giovedì 8 maggio 2014

Borse globli, il tempo è previsto ancora sereno

Da CorrierEconomia del 5 maggio 2014, pag. 20

Crescita in accelerazione, utili più robusti e tassi contenuti ancora a lungo. È un quadro favorevole ai mercati azionari quello tratteggiato per il 2014 da Andreas Koester, gestore del fondo multi-asset Global allocation fund di Ubs Global am. Nonostante valutazioni giudicate non particolarmente interessanti per alcuni listini. La Borsa americana è più cara del 30% rispetto agli altri mercati sviluppati, ma per alcune buone ragioni: gli Usa sono usciti dalla crisi del 2008-9 molto più velocemente. Per anni hanno beneficiato di misure ultra-espansive. E grazie allo shale gas (gas da scisto ndr), le aziende statunitensi godranno di un vantaggio competitivo in termini di energia a basso costo per almeno sette anni, secondo le previsioni. Significa che il divario valutativo tra Wall Street da un lato, l'Europa e il Giappone dall'altro si dovrebbe colmare non per effetto di un crollo degli indici S&P500 e Dow Jones, ma sull'onda di un recupero degli inseguitori. <<Sono fiducioso soprattutto sul Regno Unito: ha fatto un ottimo lavoro per rimettere in salute il sistema bancario. L'Eurozona mi piace, ma la rimonta richiede più tempo. Resteremo investiti solo nella misura in cui il processo di ristrutturazione proseguirà, altrimenti venderemo le posizioni. Lo stesso vale per il Giappone: per un po', le politiche promosse dal premier Shinzo Abe hanno funzionato ma gli sforzi devono proseguire, soprattutto sul piano delle riforme>>, dice Koester. Il gestore della casa svizzera è più cauto sui mercati emergenti: la crescita dei consumi interni rappresenta una straordinaria fonte di profitto ma non è detto che le aziende locali, spiega, riescano ad accaparrarsene la quota di maggioranza. A lungo [...]

mercoledì 7 maggio 2014

Mercati - Il risiko prima dell'estate

Da CorrierEconomia del 5 maggio 2014, pag 20
 
Rinnovata fiducia sull'Europa. Investitori ancora ghiotti di debiti italiani e spagnoli, nonostante la marcia trionfale di Btp e Bonos abbia ormai schiacciato i rendimenti ai minimi storici su molte scadenze. E i listini del Vecchio Continente finalmente pronti per la rimonta sull' S&P500, dopo anni d'inseguimenti falliti, utili fermi e sottoperformance. Sono queste le coordinate che i money manager interpellati da CorrierEconomia tracciano per trovare un equilibrio virtuoso tra rischio e rendimento nei prossimi mesi. In attesa di chiarimenti sulle mosse dei banchieri centrali. Da un lato Mario Draghi, alla guida della Bce, sempre più esplicito nella promessa di una terapia d'urto, qualora le pressioni deflattive non dovessero attenuarsi. Dall'altro Janet Yellen, la nuova timoniere della Federal Reserve, decisa a procedere senza strappi sulla strada della normalizzazione monetaria, ma condizionata inevitabilmente dal passo dell'economia americana: oggi ancora intorpidita dal rigido inverno che si è abbattuto sulle coste orientali degli States, ma destinata, scommettono alcuni analisti, a riprendere rapidamente vigore. Più azioni in portafoglio, quindi, suggeriscono gli operatori. Con una preferenza per i mercati sviluppati e per i temi d'investimento più penalizzati durante la lunga fase recessiva del Vecchio Continente: azioni della periferia (quindi anche italiane), titoli ciclici e banche. Gli istituti di credito - secondo le opinioni raccolte - sarebbero ben attrezzati per affrontare il percorso a ostacoli che le attende prima di ritrovare la piena fiducia degli investitori: l'analisi dei bilanci (asset quality review) targata Bce e i successivi stress test condotti dall'Eba (European Banking Authority). È ancora troppo presto, invece, per abbassare la guardia sui listini emergenti. Stretti tra le incognite [...]

martedì 6 maggio 2014

Dalla crescita del Pil una spinta
per agguantare Wall Street

Da CorrierEconomia del 5 maggio 2014, pag. 20

Quanto ossigeno hanno le azioni europee? Negli ultimi 12 mesi, l'Euro Stoxx 600 ha tenuto il passo della Borsa americana, maturando un vantaggio di qualche punto percentuale su Wall Street. Ma se si allarga lo sguardo a un orizzonte di cinque anni e si torna ai minimi del marzo 2009, il ritardo accumulato dal Vecchio Continente all'inseguimento dell'S&P500 appare quasi incolmabile. Non dimentichiamoci che gli Stati Uniti si trovano in una fase molto più avanzata della ripresa. «Se consideriamo il rapporto prezzo/utili aggiustato per il ciclo economico, l'Msci Europe tratta a sconto del 20-25% rispetto alla media di lungo termine, mentre il listino americano è un po' caro», premette Joel Copp-Barton, product director dell'Invesco pan European equity fund. La buona notizia è che nel 2014, per la prima volta da tre anni a questa parte, la redditività delle aziende europee tornerà a crescere. Questo contribuirà a ridurre il divario valutativo. Negli ultimi anni le aspettative degli investitori per un risalita degli utili in Europa sono state ripetutamente deluse. Cosa la rende più ottimista per il 2014? «La situazione macroeconomia è molto meno fragile. Voglio ricordare che per le aziende rappresentate nell'Msci Europe, metà dei ricavi è prodotta nel Vecchio Continente - risponde Copp-Barton. I margini attuali sono talmente ridotti, che non occorreranno tassi di crescita elevati per generare un significativa espansione dei ricavi. Il passaggio dalla contrazione del Pil, -0,5% nel 2013, a una ripresa modesta, 1% stimato per il 2014, può fare la differenza». [...] LEGGI TUTTO