giovedì 25 dicembre 2014

Emergenti - Il doppio passo

Da CorrierEconomia del 22 dicembre 2014, pag. 35 - Leggi tutto

Anche il 2014 si chiuderà con il segno meno per l'indice dei mercati emergenti. E forse non sarebbe potuta andare diversamente in piena fase di rallentamento dell'economia cinese, con il biglietto verde più forte, la crisi ucraina, i timori per le conseguenze di una svolta restrittiva sempre più vicina da parte della Federal Reserve e, da ultimo, il crollo delle quotazioni petrolifere, che ha contribuito ad alimentare una nuova ondata di nervosismo sui mercati. Ma dopo due anni in rosso, la disaffezione degli investitori per gli emergenti rischia di incancrenirsi, complici i venti contrari che non smettono di soffiare sulle sorti di alcuni listini. Ha poco senso, però, parlare di emerging markets come se fossero un blocco monolitico. E secondo molti osservatori, il 2015 vedrà accentuarsi le divergenze tra Paesi, settori e singoli titoli, allargando la forbice tra vincitori e vinti. Si pensi alle dinamiche legate al prezzo dell?oro nero, crollato in sei mesi da 115 a 60 dollari al barile. La Russia ha già perso in un anno metà del suo valore in Borsa e la sua moneta si è deprezzata del 50% contro il biglietto verde. «L'intervento aggressivo sui tassi da parte della banca centrale russa per difendere la divisa non sarà sufficiente a ridare fiducia agli investitori. In assenza di un piano di riforme credibile, i fondamentali continueranno a deteriorarsi», avverte Colm McDonagh, capo del debito dei Paesi emergenti per Insight (Bny Mellon). Il problema non riguarda solo la Russia. 
 
L'export «Ne risentirà anche l?economia di altri Paesi esportatori, come Brasile e Sudafrica» - ricorda [...] Leggi tutto

mercoledì 24 dicembre 2014

Dal petrolio fino al rublo: le previsioni sbagliate dei guru

Da Corriere Economia del 22 dicembre 2014, pag. 28 - Leggi tutto 

Anche i guru fanno cilecca. Persino uno come Mark Mobius, capo dei mercati emergenti per il colosso americano Franklin Templeton, non aveva previsto la tempesta perfetta che si sarebbe abbattuta sulla Borsa di Mosca e sul rublo. Così scriveva sul suo blog lo scorso 6 gennaio. «Nonostante le riforme portate avanti allo scopo di attrarre capitali esteri, gli investitori si sono mostrati molto diffidenti nei confronti della Russia: le valutazioni azionarie alla fine del 2013 appaiono estremamente basse». Per East Capital, a gennaio il Paese guidato da Vladimir Putin si candidava a diventare uno dei mercati più interessanti per il 2014 (insieme alla Cina). A distanza di 11 mesi, invece, il crollo delle quotazioni petrolifere ha dimezzato i prezzi del listino russo. Il rublo vale la metà, rispetto al biglietto verde e l'intero paniere dei Paesi in via di sviluppo ha perso quasi 10 punti percentuali. Del resto, l'analisi finanziaria non è una scienza esatta. Sui mercati, nessuno ha la sfera di cristallo. E infatti, sfogliando le pagine scritte nero su bianco a fine 2013 dai responsabili di alcune case d'investimento internazionali, si trovano sviste sorprendenti. A iniziare dalle previsioni sull'oro nero. In un report pubblicato da Pimco a gennaio, pochi mesi prima del traumatico divorzio con uno dei fondatori, Bill Gross (oggi in Janus Capital), il maggiore fondo obbligazionario al mondo annunciava: «Nel nostro scenario di base, le quotazioni petrolifere rimarranno tra i 105 e i 110 dollari al barile». 105 è il prezzo medio stimato a gennaio da JPMorgan per la seconda metà dell'anno. 110 il target di fino anno per Axa Im. E di stabilità dei prezzi parlavano in quelle settimane anche gli analisti di Goldman Sachs e l'esperto di materie prime del Financial Times , Neil Hume: «Nel 2014 il valore del brent sarà in media superiore ai 100 dollari al barile». Invece è precipitato in pochi mesi a 60 dollari, ai minimi degli ultimi cinque anni. Penalizzando il settore energetico, i Paesi esportatori e contribuendo ad alimentare una nuova ondata di avversione al rischio sui mercati. 

L'enigma Fed A dicembre del 2013 comunque il dibattito tra gli operatori era focalizzato altrove. Sulla riduzione dello stimolo monetario Leggi tutto 

mercoledì 17 dicembre 2014

Capitali - Per il ritorno a casa prima va risolto il rebus svizzero

Da CorrierEconomia del 15 dicembre 2014, pag. 31

Senza l'accordo bilaterale con la Svizzera, la voluntary disclosure sarà un buco nell'acqua. Le autorità dei due Paesi dicono che ci sono tutte le condizioni per arrivare a una stretta di mano, entro i 60 giorni che la procedura di autodenuncia fissa per definire un'intesa sullo scambio effettivo di informazioni tra l'Italia e i Paesi a fiscalità privilegiata. Circostanza che esclude il raddoppio dei termini di accertamento e delle sanzioni sulle imposte evase, previsto per i capitali detenuti in uno Stato black list. E rende molto più appetibile l'adesione alla collaborazione volontaria, approvata al Senato in via definitiva il 4 dicembre: perché meno onerosa, sia sul piano economico che di ricostruzione documentale delle attività oggetto di auto-denuncia. La condizione affinché la fumata bianca arrivi entro i termini stabiliti è che l'intesa sullo scambio d'informazioni tra Roma e Berna proceda su un binario separato, stralciando le questioni legate a Campione d'Italia e alla tassazione dei frontalieri italiani. “Se così fosse, è probabile che si arrivi alla firma in tempo utile, nell'interesse di entrambi i Paesi. L'accordo è indispensabile per assicurare il successo della voluntary”, ricorda Massimo Falletta, direttore di Pkb privatbank.

Previsioni Secondo stime di mercato non ufficiali, i capitali italiani depositati presso banche elvetiche ammonterebbero a circa 200 / 300 miliardi di euro. Di questi, si ritiene che non più del 40% debba ancora essere regolarizzato. La voluntary, dicono gli analisti, ne farà riemergere 25 o 30 miliardi e soltanto la metà verrà effettivamente rimpatriata. “La sensazione è che, nonostante il quadro internazionale sia mutato radicalmente e sia sempre più complicato e pericoloso nascondere attività finanziarie al Fisco, difficilmente chi dovrà pagare somme vicine o superiori al 40-50% degli importi non dichiarati deciderà di aderire”, annota Falletta. In presenza di attività finanziarie costituite a seguito di evasione in periodi ancora accertabili, infatti, il conto da pagare all'Agenzia delle Entrate potrebbe arrivare al 70-80% del capitale occultato [...]

I professionisti della Voluntary

Da CorrierEconomia del 15 dicembre 2014, pag. 28 - Leggi tutto

Se l'accordo bilaterale con la Svizzera si farà, in Italia potrebbero arrivare 10-15 miliardi di capitali freschi, la metà circa delle somme pronte ad essere regolarizzate, stimano gli analisti. Ma a differenza dei precedenti scudi fiscali, nel caso della voluntary disclosure il ruolo degli intermediari sarà secondario. I protagonisti della procedura di auto-denuncia saranno invece i professionisti. I tempi stringono e molte strutture dedicate ai clienti con grandi patrimoni [...]  Leggi tutto

La Fed entrerà in azione prima del previsto

Da CorrierEconomia del 15 dicembre 2014, pag. 22 - Leggi tutto

Il recente crollo dei rendimenti sul decennale americano ha insinuato in molti investitori il dubbio che la ripresa negli Stati Uniti possa essere più fragile di quanto si creda. Del resto, alcune tra le maggiori case d'investimento iniziano a sostenere una tesi che fa discutere: i tassi di riferimento, dicono, rimarranno a zero almeno per tutto l'anno 2015. Perché i dati sulla disoccupazione sono falsati da una scarsa partecipazione al mercato del lavoro, il tonfo del petrolio e il rafforzamento del biglietto verde soffocheranno qualsiasi scatto in avanti dell'inflazione. La sindrome del tasso zero sta diventando cronica? «Non credo proprio: per noi i tassi saliranno a metà del 2015, come ha dichiarato di recente anche il governatore della Federal Reserve di New York, William Dudley - ricorda Stephane Deo, economista e responsabile asset allocation di Ubs Investment Bank - infatti s'iniziano a intravedere i primi segnali di una pressione rialzista sui salari». Deo è convinto che i mercati siano impreparati ad affrontare una svolta della Fed sul piano della politica monetaria. Mentre la curva dei rendimenti suggerisce che i tassi saranno 40 punti base più alti di oggi alla fine del 2015, la media delle proiezioni stilate dagli stessi membri della Fed  [...] Leggi tutto

Un fondo per le start-up digitali

Da CorrierEconomia del 15 dicembre 2014, pag. 33

Scommettere sulle promesse nascenti dell'universo digitale, in mercati sezionati: Stati Uniti e Germania, ma anche Italia, Brasile, Russia, Sudafrica, Svizzera, Ucraina, Turchia, Messico e Cile. Facendo leva sulla presenza di team locali che, grazie alla conoscenza del territorio, possono selezionare le opportunità più interessanti in ciascun Paese. É l'obiettivo di U-Start Ventures, un fondo di private equity appena lanciato dall'omonima boutique di consulenza U-Start, nata nel 2012 e specializzata in servizi di scouting per investitori privati e professionali. “Non finanzieremo progetti sulla carta ma aziende già avviate, in uno stadio iniziale di sviluppo oppure già consolidate e in cerca di un supporto per la crescita. In particolare ci focalizzeremo su modelli di business solidi e collaudati, in fase di migrazione dal mondo “offline” al web”, spiega Marco Valta, partner di U-Start Ventures con Teodoro d'Ambrosio e Viktoriya Tigipko, imprenditrice e managing director di TA Venture Holding, un fondo di venture capital da 50 milioni di dollari, dal quale prende il via U-Start Ventures, con storie d'investimento a curriculum del calibro di Bravofly (quotata alla Borsa di Zurigo nell’aprile 2014), Littleeyelabs (acquisita da Facebook), Adoreme (tra le aziende americane in maggiore crescita secondo Business Insider) e Beepi (con un valore di oltre 200 milioni di dollari ad un anno dalla nascita). L'obiettivo di raccolta è di 30 milioni di euro entro la fine del 2015. Il fondo sarà comunque operativo al raggiungimento dei dieci milioni, tre dei quali sono già stati raccolti a una settimana dal lancio. La durata del fondo è di sette anni: nei primi 24 - 36 mesi [...]

Business - Una sfida da cinquecento miliardi

Da CorrierEconomia del 15 dicembre 2014, pag. 27 - Leggi tutto
 
L'industria private avanza a passo di marcia verso quota 500 miliardi di euro. Nei primi nove mesi dell'anno, le masse gestite dagli operatori dedicati ai grandi patrimoni hanno messo a segno una crescita del 5,4%, per metà riconducibile alla performance dei mercati e per l'altra metà alla raccolta netta. In uno scenario poco favorevole alla creazione di ricchezza, i nuovi flussi derivano da una lenta ma costante erosione di quote del mercato non servito a scapito degli intermediari generalisti; dove, però è ancora custodita quasi la metà del patrimonio delle famiglie. Le strutture dedicate a questa clientela devono, a loro volta, resistere alla crescente pressione competitiva delle reti di promozione finanziaria, sempre più agguerrite nel posizionarsi sul segmento di fascia alta. Come? Differenziando l'offerta. «Il banker è il terminale di una struttura di vendita prodotti o un advisor dedicato? Su questo le private bank devono interrogarsi. Solo nel secondo caso, i clienti possono percepire il carattere distintivo di un servizio di consulenza private. Che deve abbracciare non solo la gestione degli asset finanziari ma anche i temi della protezione del patrimonio, degli asset illiquidi e aziendali», spiega Andrea Cingoli, amministratore delegato di Banca Esperia. Vale la pena ricordare che gli imprenditori rappresentano il 32% della clientela di fascia elevata.«La percentuale sale al 72% se si considerano i patrimoni superiori ai 5 milioni di euro - precisa Luca Monti, responsabile private corporate unity di Ubi Banca -. Il corporate advisory è cruciale [...]  Leggi tutto

Sposare la liquidità con le riforme serie

Da CorrierEconomia del 15 dicembre 2014, pag. 34
 
Qe or not qe. L'amletico interrogativo arrovella gli investitori da molti mesi. Ma potrebbe essere fuorviante. Perché suggerisce l'idea, per com'è posto nel dibattito della politica e sui mercati, che Francoforte disponga di tutti gli strumenti necessari per ridare fiato all'economia asfittica del Vecchio continente. Non è così. Come forse si potrà constatare quando, secondo le stime di alcuni operatori, nei primi mesi del 2015 Francoforte lancerà un programma di acquisto di titoli governativi sul mercato secondario. “In un’ottica di lungo periodo, è senz’altro necessario adottare una simile misura, poiché la sostenibilità del debito di diversi Stati è fortemente messa in discussione”, premette Arnoldo Valsangiacomo, membro del Consiglio di amministrazione di Ethenea independent investors. La riduzione del rischio per le banche e i proventi ottenuti dalle obbligazioni detenute offrirebbero il margine di manovra per un incremento dell’erogazione di credito. Al posto di titoli governativi, la Bce potrebbe invece acquistare obbligazioni societarie. “Le imprese avrebbero la certezza che una parte dei loro debiti sarà acquistata direttamente dall'autorità monetaria. Tuttavia, [...]

mercoledì 10 dicembre 2014

Obbligazioni speculative - Anche per chi ama rischiare è l'ora di alleggerirsi un po'

Da CorrierEconomia dell' 8 dicembre 2014, pag. 24

Le due correzioni subite dalle obbligazioni speculative negli ultimi tre mesi sono un segnale di allerta. “La liquidità non è mai stata peggiore nel reddito fisso. E oggi questo è il fattore di rischio in assoluto più sottovalutato dagli investitori”, avverte Laird Landman della società Tcw di Los Angeles, con delega di gestione per il fondo Pictet Us high yield. Alcuni segmenti come il debito speculativo o i bond dei Paesi emergenti sono particolarmente sensibili al tema illiquidità. E le valutazioni tirate, specialmente tra le obbligazioni high yield, creano un mix esplosivo. Che può innescare nuove fibrillazioni. “Quello che abbiamo visto finora è solo un piccolo assaggio di cosa potrebbe accadere quando lo stato di salute delle aziende peggiorerà”, ribadisce Landman. Oggi, infatti, i fondamentali restano solidi, soprattutto se si analizza la sostenibilità del debito parametrandola alla liquidità nei bilanci o al margine operativo lordo. E nel breve termine la maggior parte degli analisti esclude l'ipotesi di un incremento nei tassi di default. Ma alcuni indizi suggeriscono che il mercato americano si sta avvicinando alla fine del ciclo creditizio. Ne bastano tre: le nuove obbligazioni di bassa qualità, con giudizio CCC o inferiore, sono aumentate significativamente negli ultimi anni fino a raggiungere il 20% del totale. La percentuale di prestiti covenant lite (con meno tutele per gli obbligazionisti ndr) è molto più elevata rispetto ai livelli osservati nel 2007. E, terzo indizio, meno della metà delle emissioni è finalizzata a rifinanziare il debito in scadenza: molte servono piuttosto a sostenere operazioni di acquisizione, stacco di dividendi o riacquisto di azioni proprie, destinate a gratificare gli azionisti. “É il segno che, dopo un lungo percorso di riduzione della leva finanziaria, le aziende hanno invertito la rotta. E a causa di comportamenti più disinvolti nella gestione del credito e della liquidità, stanno costruendo i fallimenti di domani”, profetizza il gestore.
 
Prima di leggere nei numeri di bilancio il deterioramento dei fondamentali mancano, secondo Landman, due o al massimo quattro trimestri. Ma dato che i mercati tendono ad anticipare di un anno o anche oltre l'aumento dei tassi di default, gli spread di credito potrebbero presto iniziare ad allargarsi, penalizzando in particolare coloro che sono investiti nei titoli di qualità inferiore. “É questo il momento di essere difensivi: ad esempio [...]

Piazza Affari, la carica dei 122
Ecco i primi fondi quotati

Da CorrierEconomia dell'8 dicembre 2014, pag. 24 - Leggi tutto
 
Le prime domande di ammissione sono già arrivate a Piazza Affari. Entro il 31 dicembre, 13 società di gestione avranno avviato l’iter per la negoziazione dei fondi nel segmento Etf Plus. E il gruppo di testa sarebbe più numeroso, se i ritardi nell’approvazione di un regolamento da parte di Bankitalia, a sua volta in attesa della firma di un decreto del ministero delle Finanze per dare il via a una serie di modifiche normative sul mondo del risparmio gestito, non avessero ostacolato il debutto in Borsa dei fondi di diritto italiano. Paradossi del sistema. La questione, pare, sarà risolta prima di fine anno. Entro la metà del 2015 Borsa Italiana ospiterà i fondi di 17 sgr. Subito dopo, arriverà anche Cfo Sim, con in dote i 13 comparti della nuova sicav Timeo Neutral, operativa dal prossimo marzo. Considerando anche i tre comparti di Finlabo sicav, ancora in fase di studio preliminare, arriveremmo a un totale di 122 prodotti quotati, tra fondi di diritto italiano e sicav estere. Senza contare gli operatori che presto potrebbero decidere di uscire allo scoperto.

Tempistiche Le prime negoziazioni dei comparti di sicav estere sono previste all’inizio di gennaio. Per i fondi italiani ci vorrà un po’ più di tempo, perché dopo l’ok di Palazzo Koch, anche le banche depositarie dovranno adeguarsi alle modifiche normative. In ogni caso i protagonisti saranno i piccoli operatori. «È un’importante occasione per rompere le barriere all’ingresso: un passaggio storico da sempre ostacolato dai canali distributivi», chiosa Davide Pasquali, presidente di Pharus sicav, pronto a quotare 11 comparti, forse qualcuno in più nel corso del 2015. Ai blocchi di partenza, si trovano già la boutique francese [...] Leggi tutto

Tutti in fila per l'italiana Jiffy. La WhatsApp dei pagamenti

Da CorrierEconomia dell' 8 dicembre 2014, pag. 26

Sposando l'Nfc (Near field communication), Apple ha sgombrato il campo da eventuali dubbi: questa sarà la tecnologia di riferimento per i pagamenti senza contatto via mobile. Da declinare, però, secondo modelli differenti. In Italia, ad esempio, le banche hanno scommesso inizialmente sulla piattaforma sim-based, basata sulla memorizzazione dei dati della carta nella sim del telefono. Ma le nuove frontiere della sperimentazione nel contactless si sono spostate sull'Hce (Host card emulation), un sistema con applicazione di pagamento nel cloud (nuvola informatica). «Nei primi mesi del 2015, tre o quattro tra i maggiori istituti di credito italiani partiranno con la fase sperimentale; entro giugno si dovrebbe passare alla commercializzazione», racconta Nicola Cordone, senior vice president di Sia, società attiva nella progettazione, realizzazione e gestione di infrastrutture e servizi tecnologici per imprese, istituzioni finanziarie e pubblica amministrazione. Sulla carta, la tecnologia Hce dovrebbe favorire sistemi di pagamento più flessibili perché non richiede accordi di integrazione, tecnologica e commerciale, tra istituti di credito e operatori di telefonia. Ma la competizione tra modelli differenti è appena iniziata. Ed è presto per dire quale diventerà dominante.Intanto, nel primo semestre del 2015 è atteso l'arrivo in Italia di Apple Pay, la funzionalità di iPhone per i pagamenti senza contatto. Chi l'ha provata, garantisce una eccezionale facilità di utilizzo: per caricare una carta di credito sullo smartphone è sufficiente fotografarla (ma si può anche utilizzare quella già collegata all'applicazione iTunes). In Italia, però, l'utilizzo del nuovo applicativo per i pagamenti potrebbe incontrare un ostacolo: negli Stati Uniti, infatti, ad ogni acquisto tramite iPhone 6, Cupertino incassa una percentuale sul valore del transato, quantificabile in uno 0,10-0,15%. «In Italia questo sarebbe insostenibile perché i margini nel sistema di pagamenti sono molto più bassi rispetto agli States. [...]

lunedì 8 dicembre 2014

Occasioni convertibili

Da Milano Finanza del 6 dicembre 2014, pag. 41
 
Per qualche analista, le obbligazioni convertibili sono adatte a tutte le stagioni: negli ultimi 20 anni, dicono studi recenti, hanno catturato quasi l'80% dei guadagni realizzati dalle Borse in fase rialzista, limitando al 65% la partecipazione alle perdite. Prima di prendere posizione [...] Leggi tutto

mercoledì 3 dicembre 2014

Debutti, casse comuni in Piazza Affari. I big e gli italiani (ancora) alla finestra

Da CorrierEconomia del 1 dicembre 2014, pag. 29 - Leggi tutto

Da oggi, primo dicembre, i fondi comuni sbarcano in Piazza Affari. Una possibilità di cui si parla da anni e che, sulla carta, può sparigliare le regole del gioco nell’industria, offrendo alternative al business tradizionale che lega sgr, banche e reti distributive. E aprendo, forse, una gara virtuosa sul fronte dei costi e della distribuzione. Per capire se funziona, però, ci vorranno tempo e massa critica. Solo una decina di operatori, tutti piccoli, è pronta al via. Non mancano poi ostacoli burocratici. A causa di una modifica regolamentare ancora sospesa (la dead line è al 31 dicembre), i fondi di diritto italiano potrebbero dover aspettare ancora. In prima battuta, quindi, al via potrebbero esserci solo le sicav, anche quelle prodotte da intermediari italiani in Lussemburgo o in Irlanda.

Tempi certi Da oggi Piazza Affari accoglierà le richieste di ammissione. Entro gennaio o febbraio, gli investitori potranno iniziare ad acquistare e vendere i fondi quotati, anche se la propria banca non ha accordi commerciali con la sgr che li produce. Bisogna tuttavia sgombrare il campo dagli equivoci: parlare di quotazione è improprio. La negoziazione non sarà continua come per le azioni o gli Etf, con prezzi in acquisto e vendita (denaro/lettera) disponibili in ogni istante. Come accade oggi per i fondi venduti allo sportello o dal promotore, ogni giorno [...] Leggi

«Il dollaro? Meglio forte, ma non troppo»

Da CorrierEconomia del 1 dicembre 2014, pag. 28 - Leggi tutto

Il Quantitative easing non é morto. Archiviato negli States il terzo programma di allentamento monetario, il Giappone ha subito incrementato il dosaggio delle iniezioni di liquidità, portando a 80 mila miliardi di yen (556 miliardi di euro circa) l'ammontare annuo di titoli che la banca centrale è intenzionata ad assorbire. Anche l'Europa ha avviato un mini-Qe, che qualcuno interpreta come il primo passo verso un piano di stimoli più ambizioso. La vera terapia d'urto. "E comunque non si può escludere nemmeno un quarto giro di acquisti da parte della Federal Reserve, se la ripresa negli Usa dovesse perdere smalto", osserva Simone Facchinato, responsabile investimenti di Amundi Sgr. Certo è che nelle ultime settimane i mercati (specialmente quelli obbligazionari) hanno iniziato a scontare aspettative di crescita più modeste, anche negli Stati Uniti. Con implicazioni a cascata: primo, tempi più lunghi per la risalita dei tassi americani, che gli economisti di Amundi Sgr ora proiettano nella forbice tra 0,25% e 0,50% verso la fine del 2015. Secondo, una preferenze per obbligazioni con scadenze più elevate. E il ritorno di una maggiore propensione al rischio da parte di molti investitori. "Con rendimenti reali negativi fino a due anni per i governativi di sei Paesi, non ci sono alternative: se si vuole accedere a potenziali guadagni extra, bisogna assumersi dei rischi, puntando, per esempio, su Periferia, bond high yield e debito emergente: di recente siamo tornati anche sulle [...] Leggi tutto



Privacy e sicurezza non sono un optional

Da CorrierEconomia del 1 dicembre 2014, pag. 40
 
Il futuro dei pagamenti digitali è nelle mani di due gruppi di consumatori: la fascia ad alto reddito, con entrate familiari da 150mila dollari l?anno in su e la generazione del nuovo millennio, quella dei nati tra il 1980 e il 2000: l'ultima del ventesimo secondo, la prima visceralmente digitale. Secondo la 2014 North America Consumer Payments Survey, un?indagine online realizzata in agosto da Accenture su un campione di 4.000 intervistati (di cui 3.400 statunitensi e 600 canadesi), il 52% dei Millennials e il 55% dei consumatori nordamericani ad alto reddito ha già utilizzato il proprio telefono come dispositivo di pagamento mobile. Coloro che invece non hanno mai approfittato (60%), sono stati condizionati prevalentemente da timori sulla sicurezza dei pagamenti (57%) e sulla privacy (45%) ma cambierebbero idea se venisse loro offerto un programma di punti premio (54%), sconti sui prezzi basati sull?utilizzo storico (53%) e se il dispositivo di pagamento ricevesse e conservasse tutte le ricevute in un database sicuro e, al tempo stesso, tenesse conto in modo continuato delle abitudini di spesa (52%). Tra le tendenze future [...] Leggi tutto