mercoledì 14 maggio 2014

Previdenza - I sette punti per non sbagliare la scelta

Da CorrierEconomia del 12 maggio 2014

La pensione pubblica non sarà sufficiente da sola a garantire un livello di benessere economico paragonabile a quello sperimentato durante la vita lavorativa. Questa è l’unica certezza sul futuro i molti italiani. Per il resto, la discussione sulle alternative disponibili per costruirsi un assegno integrativo suscita dubbi e perplessità. Meglio il Tfr o la rendita di scorta? Meglio la tranquillità della liquidazione ai rischi dei mercati finanziari? Ecco — con la collaborazione di Raffaele Zenti, fondatore e responsabile consulenza di Advise Only — sette punti su quali riflettere per prendere una decisione consapevole.

1. L’assegno dell’Inps non sarà molto consistente, ma lo Stato non lascerà solo chi ha lavorato e contribuito.
Non sarà così. Secondo alcune simulazioni effettuate da Advise Only, tenendo conto delle tasse, un giovane precario di 25 anni con un reddito annuo di 20 mila euro andrà in pensione con un assegno pari a circa il 42% dell’ultimo stipendio. Un libero professionista di 47 anni che oggi guadagna 70 mila euro l’anno, invece, avrà una pensione pari a metà dell’ultimo stipendio. Va ricordato, poi, che per chi ricade nel sistema tutto contributivo non è più prevista alcuna integrazione statale. La pensione che si incasserà sarà quella maturata e nulla in più.

2. Non c’è solo la previdenza per integrare la pensione.

È vero. I dati indicati dimostrano l’assoluta necessità di mettere nei propri piani finanziari il fattore «pensione». L’integrazione della rendita pubblica è un’emergenza assoluta. A cui cercare di dare una risposta con investimenti di lungo periodo. Il vantaggio della previdenza integrativa è che esistono prodotti già pensati per questo scopo. A cui destinare il Tfr, senza perciò vedere intaccato il proprio tenore di vita, e contributi aggiuntivi, anche da parte del datore di lavoro. Purtroppo a livello puramente finanziario non esistono prodotti ad hoc per ottenere una integrazione al reddito o un capitale all’età del pensionamento. E non esistono, come avviene, invece, in altri Paesi neppure agevolazioni fiscali per investimenti di lungo termine. Anzi, il Fisco sta progressivamente alzando la pressione sulle rendite finanziarie.

3. Sono davvero rilevanti i vantaggi fiscali della previdenza integrativa?
I vantaggi fiscali possono essere significativi: i contributi versati, esclusa la quota del Tfr, sono interamente deducibili dal reddito complessivo Irpef fino ad un massimo di 5.164,57 euro. I rendimenti sono tassati all’11%, anziché il 20% previsto per le altre rendite finanziarie (26% dal 1° luglio, 12,5% per i titoli di Stato italiani). È prevista, inoltre, una tassazione agevolata al momento dell’erogazione della pensione integrativa. Complessivamente, per un giovane lavoratore, il vantaggio in termini di rendimento annuo può essere superiore allo 0,5%. E non è poco: immaginando di investire 100 euro al mese per 35 anni a un tasso medio del 5% l’anno, mezzo punto percentuale in più di rendimento si traduce in un capitale aggiuntivo di circa 14 mila euro al termine della vita lavorativa. Il vantaggio scende a 8.100 euro con un rendimento medio del 3% l’anno e supera i 23mila euro nell’ipotesi di una performance annua del 7%.

4. Il contributo del datore di lavoro è davvero importante?
Se il lavoratore dipendente [...] LEGGI TUTTO