venerdì 27 marzo 2015

Il caso inglese

Da CorrierEconomia del 23 marzo 2015, pag. XII
 
Numeri Nel mondo anglosassone i robo-advisor avanzano a passo di carica. Secondo un report di MyPrivateBanking Research, le masse gestite attraverso queste piattaforme digitali valgono 14 miliardi di dollari a livello globale e sfioreranno i 255 miliardi entro cinque anni. È un business che inizia a fare gola anche alle grandi case d'investimento. A giugno dello scorso anno, per esempio, Schroders ha acquistato il 12,5% di Nutmeg, uno dei più importanti robo-advisor del Regno Unito. Pochi mesi dopo, Fidelity International ha avviato una collaborazione con due dei maggiori player americani, Betterment e Learnvest. Altri nomi noti sono Wealthfront e Personal Capital, tutti dichiarano decine di migliaia di abbonati e masse in gestione superiori in alcuni casi a un miliardo di dollari. Il successo dei servizi di consulenza robotizzata è legato anche agli sviluppi della regolamentazione. Nel Regno Unito, per esempio, la Retail distribution review (Rrd) ha vietato alle reti distributive di essere remunerate dalle società prodotto. A beneficio della trasparenza e della qualità del servizio di consulenza, prima viziati da un legame promiscuo con le case d’investimento. Oggi i fondi in Uk costano la metà ma milioni di investitori sono rimasti senza advisor perché la consulenza a parcella è troppo cara per chi ha meno di 200 mila euro da investire. Molti sono stati costretti a scegliere un consulente virtuale. Ma i robo-advisor iniziano a conquistare anche i clienti di fascia più elevata.

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