martedì 17 febbraio 2015

Capitali - La voluntary (quasi) obbligatoria

Da CorrierEconomia del 16 febbraio 2015, pag. 28  - Leggi tutto 

La procedura rimane complessa. I costi saranno elevatissimi per molti contribuenti, fino al 90% del capitale occultato. E probabilmente l'Agenzia delle Entrate sarà più severa di quando si creda. Niente tappeto rosso dunque per chi farà la pace con il Fisco. Eppure l'adesione alla voluntary disclosure assomiglia sempre più a una strada (quasi) obbligata. Due sono i passaggi chiave. La ratifica dell'accordo bilaterale con la Svizzera, in arrivo tra pochi giorni, che appiana la strada della collaborazione volontaria, dimezzando i termini di accertamento e le sanzioni sulle imposte evase previsti per i Paesi black list. E una legge svizzera approvata il 12 dicembre scorso, che rende l'evasione oltre i 300 mila franchi reato presupposto del riciclaggio. Superata quella soglia, l'intermediario svizzero e i suoi funzionari sono punibili per concorso nel reato commesso dal cliente, novità che li espone evidentemente a rischi enormi. Non è un caso se nelle ultime settimane molte banche elvetiche hanno bloccato i trasferimenti di denaro verso altri Paesi black list. E persino i prelievi in contanti, oltre determinati importi, sono congelati.
Passaggi Il rischio è di ritrovarsi in un vicolo cieco. “Chi cerca di migrare verso altri Paesi a fiscalità privilegiata, è costretto a spingersi verso mete sempre più esotiche, dove sarà molto difficile mantenere il controllo dei propri capitali”, ricorda Umberto Giraudo, ad di Fidersel. Dubai, Singapore o la Bulgaria non sono una soluzione, solo una scappatoia temporanea. Perché tra il 2017 e il 2018 per quasi 100 Paesi partirà lo scambio automatico d'informazioni, secondo il protocollo Ocse. Il cerchio si stringe. “Anche il trasferimento della residenza in Svizzera è una scelta controproducente: perché le violazioni già commesse restano perseguibili e il cambio di residenza verso un Paese black list accenderebbe il faro dell'anagrafe tributaria sul contribuente”, osserva Andrea Lo Presti, socio dello studio legale e tributario Russo De Rosa Associati. A fronte di costi superiori al 30% o 40% del capitale detenuto all'estero – com'è nei casi di attività finanziarie costituite a seguito di evasione in periodi ancora accertabili – molti contribuenti sceglieranno comunque di non aderire alla procedura di auto-denuncia. Correranno il rischio. “Ma qui entra in gioco il nuovo reato di auto-riciclaggio. Può essere una scelta molto pericolosa”, ricorda Lo Presti. Per tutti questi motivi, l'esito della procedura potrebbe superare le tiepide aspettative di poche settimana fa. “Siamo un po' meno pessimisti sul successo della voluntary” [...] Leggi tutto

Le regole del gioco e le spese previste

Da CorrierEconomia del 16 febbraio 2015, pag. 28

Il 30 gennaio l'Agenzia ha reso disponibile il modello per la richiesta di accesso alla procedura di collaborazione volontaria, con relative istruzioni. E un avvertimento: “Attenzione: […] la trasmissione di atti o documenti falsi, ovvero la comunicazione di dati e notizie non rispondenti al vero è punita con la reclusione da un anno e sei mesi a sei anni”. Vale la pena ricapitolare quindi i punti salienti della procedura. Primo: è attivabile da persone fisiche e società fino al 30 settembre 2015 a condizione che l'autore della violazione non abbia già avuto notizia di procedimenti penali, ispezioni o accertamenti in corso da parte dell'Agenzia delle Entrate. “La preclusione opera anche se la formale conoscenza è stata acquisita da soggetti solidalmente obbligati in via tributaria o concorrenti nel reato”, precisa Andrea Lo Presti, socio dello studio Russo De Rosa Associati. L'adesione comporta la piena regolarizzazione di tutte le violazioni e di tutti i redditi non dichiarati, ovunque prodotti, a prescindere dal luogo di detenzione dei capitali. Si applica alle violazioni commesse fino al 30 settembre 2014, relative ai periodi d'imposta per i quali non siano scaduti i termini di accertamento: ovvero dieci anni per i Paesi black-list e cinque per i Paesi white list o i black-list che entro il 2 marzo stipuleranno con l'Italia un accordo bilaterale finalizzato a consentire un effettivo scambio di informazioni. C'è copertura penale per i reati di [...]

Alternativi - Gli hedge popolari? In un anno sono più che triplicati

Da CorrierEconomia del 16 febbraio 2015, pag.30

Le strategie alternative vanno a gonfie vele: secondo un’indagine di MondoAlternative, i fondi Ucits alternativi hanno chiuso il 2014 con asset gestiti per 157,6 miliardi di euro a livello europeo, in crescita del 44% rispetto all’anno precedente. Trend positivo anche per i fondi di fondi Ucits alternativi, che hanno visto aumentare il capitale investito da 2,9 miliardi a 3,2 miliardi di euro. “L’Italia ha fatto ancora meglio: il patrimonio gestito dai fondi armonizzati che adottano strategie hedge è quasi triplicato, raggiungendo i 36 miliardi di euro: sommati ai 4 miliardi dei fondi hedge di diritto italiano fanno cifra tonda, 40 miliardi”, osserva Stefano Gaspari, direttore di MondoAlternative. Nel mondo delle strategie alternative, quindi, gli investitori sembrano aver trovato ciò che cercavano: rendimenti stabili e soprattutto volatilità sotto controllo. Nella media, i fondi Ucits alternativi amministrati da un singolo gestore hanno ottenuto una performance dell’1,81%, positiva in ogni trimestre e con una volatilità dell’1,64%: un settimo di quella registrata da Piazza Affari nello stesso arco di tempo (12,6%), a fronte di un rendimento di poco superiore: +3%. Ma tra i campioni di rendimento del 2014 ci sono fondi che hanno reso oltre 30 punti percentuali.

Sul podio Il prodotto che ha ottenuto il miglior risultato in assoluto ai MondoAlternative Awards 2015 è Man Ahl trend, con una rendimento del 31,10%. Dopo anni di difficoltà, i fondi managed futures (investono in contratti a termine su indici, materie prime o singoli titoli) sono tornati in territorio positivo, rivelandosi la categoria più performante dell'anno: 5,95%, per una volatilità del 5%. Sul secondo gradino della classifica stilata da MondoAlternative si trova [...]

Italiani e Inglesi in pole position. "Ma noi siamo meno 'istituzionali'"

Da CorrierEconomia del 16 febbraio 2015 pag. 30

Il mercato europeo dei fondi Ucits alternativi resta dominato dagli istituzionali. Secondo un'indagine realizzata dall'ufficio studi di MondoAlternative su 42 società di gestione per un totale di circa 53 miliardi di euro in gestione, il 64,6% degli asset fa capo a questa tipologia di investitori. In particolare il 42,1% è riconducibile a istituzionali diretti mentre il restante 22,5% si avvale di un intermediario. Analizzando la composizione degli asset si scopre che sono tre i soggetti protagonisti in materia di strategie alternative: “I fondi di fondi rappresentano il 19% del totale, seguono i fondi pensione, con il 18,8% e i wealth advisor, 18,4% - illustra Stefano Gaspari, direttore di MondoAlternative -. Più distanziati troviamo le compagnie assicurative, con il 9,3%, gli asset manager, 8,9%, family office e banche, con percentuali tra il 5 e il 6% ciascuno”. [...]

Se il cliente ha la fabbrica

Da CorrierEconomia del 16 febbraio 2015, pag. 27

Se è vero che, come dice l'Aipb, un cliente private su tre di professione fa l'imprenditore, le strutture dedicate ai grandi patrimoni non possono limitarsi ad assisterlo nella gestione degli asset finanziari. Alcune banche private stanno ampliando la propria gamma di offerta, per essere pronte a dare risposte alle esigenze nate dalla sovrapposizione di tre dimensioni - patrimonio, azienda e famiglia, in un percorso che tenga conto dell'intero ciclo di vita del cliente. Il caso tipico è quello della pianificazione successoria: l'imprenditore spesso ha bisogno di un supporto nelle decisioni che riguardano il passaggio di testimone agli eredi. “Dalla valutazione dei futuri equilibri di governance interni all'azienda, alla ripartizione del patrimonio tra i membri della famiglia, in funzione di capacità e sensibilità differenti. In questo caso, possiamo aiutare il cliente a scegliere lo strumento più adeguato: dal patto di famiglia, al trust, fino allo strutturazione di una fondazione per le iniziative filantropiche”, spiega Andrea Ragaini, ad di Banca Cesare Ponti. A una richiesta di consulenza su questi temi, il banker non può brancolare nel buio: deve essere in grado di intercettarla, comprenderla e accompagnare il cliente dallo specialista del caso. Cesare Ponti, ad esempio, ha coinvolto 30 banker in un percorso formativo sviluppato dagli stessi professionisti che assisteranno la clientela, ciascuno nella propria materia: gestione delle fasi di discontinuità aziendale, private equity, finanza straordinaria. “Già oggi la nostra piattaforma consente di effettuare una valutazione complessiva della composizione del patrimonio [...]